Un altro stile nel fare Politica ci vuole

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In un pomeriggio già accaldato di prima estate, in attesa davanti al Salone dei Duegento, in Palazzo Vecchio, che, quarto d’ora prima quarto d’ora dopo, cominciasse il consueto Consiglio Comunale, tutto si preannunciava all’insegna della normalità, dell’ovvia consuetudine, del cosidetto: “Oggi niente di particolarmente interessante…..Cose solite”….

 
Per chi si accinge, da cittadino, la prima volta, a mostrarsi oltre la transenna interna alla sala consiliare, tanto da separare già eletti da elettori, non è un bello spettacolo assistere alla banalizzazione della cosa pubblica, alla delega della responsabilità politica resa uno svogliato atto amministrativo. Così lo è, ma il disimpegno, la svogliatezza dei rappresentanti – erosi dalla schiacciante consuetudine – la mancanza di dialogo tra giunta (governo del comune) minoranza e maggioranza è come se avessero anestetizzato la democrazia. E tutto questo non in paesino di montagna, ma in una città dalla solida tradizione civica come si autoproclama da sempre Firenze.
 
Un via vai di consilieri nella sala, un su e giù tra i banchi della maggioranza come della minoranza, un brulichio; un formarsi di capannelli come di vecchie comari, che incontrandosi al mercato o giù nella piazza si dicono le cose della suocera o della nuora, e tutto questo mentre il presidente del Consiglio Comunale legge in modo affastellato cose che – da comune cittadino – evocano rispetto, come la morte di persone.
 
L’Inno d’Italia e quello di Europa, ascoltati ma non cantati, all’inizio del consiglio sembra porgere un velo di decenza o di austero impegno ai nostri rappresentanti, ma invano, poichè la disattenzione verso chi parla, riprende, anzi aumenta. Qualcuno fa giusto capolino e poi se ne va, qualcun’altro “va fuori stanza” per chissà quale impegno improvviso, i più parlano al telefonino, altri continuano a farlo tra di loro, in senso trasversale, tra maggioranza o minoranza, o all’interno delle stesse coalizioni.
 
Altri ancora se ne stanno ripiegati sul computer…Sembra che si siano portati il lavoro da casa…
 
In un rimbombo della voce poco chiaro – colpa della storicità della sala – chi deve parlare lo deve fare nei tempi prestabiliti, così accade che non si argomentano i problemi, si accennano solo e si rimanda ad altra data la loro trattazione: sempre qualcosa rimane sospeso, inconcluso, poco approfondito.
 
La sensazione è che le decisioni siano state già prese altrove, forse prima, per cui subentra il rispettivo gioco delle parti al momento del consiglio comunale.
 
Appare una democrazia che sembra svuotarsi proprio dall’uso che ne fanno i rappresentanti democraticamente eletti.
 
Non ho visto ricerca e interesse per il confronto o il dialogo. Si parla perchè il regolamento dice questo, sino a quando però – colpo di scena – ci si rende conto, ad un certo punto,  che “la prassi degli interventi degli assessori” che per tre anni è stata seguita, non corrisponde al regolamento del consiglio: si va rileggere le regole consiliari in unn libriccino bianco…Come le istruzioni di una lavatrice vecchia che non riparte più o che riparte in modo sbagliato dal programma di lavaggio  cui l’avevamo  lasciata.
 
Qualcuno dei consilieri, tra gli scranni, a proposito della privatizzazione dell’ATAF esclama: ” Ma se non si parla di queste cose che si stiamo qui a fare ?”
Ecco. la percezione che resta, uscendo dalla sala consiliare, è proprio questa: “Che ci stanno a fare” ?
 
Gli altri cittadini come me, come astanti che timidamente si erano assisi a lato della sala consiliare, a poco a poco, dileguandosi, se ne sono andati tutti. 
 
Nessuno forse, al di là della transenna se ne è accorto.
 
Lorenzo