Rifiuti Uber Alles ! Settima parte: una questione di cenere

Alterpiano rifiuti a combustione zero

Come blog firenze 5 stelle siamo impegnati nella ricerca di temi e argomenti che solitamente la stampa ufficiale tende a ignorare o a trattare in modo a dir poco edulcorato, dando anche voce ai cittadini comuni, oppure come in questo caso riprendendo temi trattati da altri blog.

Continua il viaggionell’affaire dello smaltimento dei rifiuti”

È stato appena approvato il Piano provinciale dei rifiuti dal Consiglio provinciale di Firenze che sancisce la scelta inceneritoria a Case Passerini tanto cara ai nostri solerti amministratori e ai supermanager di Quadrifoglio (da noi stipendiati). Abbiamo pertanto pensato di fare il punto sulla situazione di  questi impianti in Toscana, e per non essere i soliti faziosi (però, perché chi si oppone a un inceneritore deve passare per fazioso e come colui che sa dire solo no, e chi invece dice no alla riduzione alla fonte dei rifiuti e al trattamento a freddo, passa per imparziale e uomo del fare mentre invece dice altrettanti no rispetto al primo ? Qualcuno ci sa spiegare questo curioso paradosso ?) utilizzeremo solo dati fornitici dalle attuali amministrazioni. Essendo dati loro, mica ci potranno dire che ce li inventiamo.

Il Piano interprovinciale dei rifiuti
Il 22 novembre u.s., le tre giunte provinciali di Firenze, Prato e Pistoia hanno approvato il piano interprovinciale di Gestione dei rifiuti dell’ATO Centro. Il piano si basa su diversi principi: il primo è l’autosufficienza di ogni ATO per quanto riguarda il trattamento dei rifiuti. In sé e per sé, questo principio ha una sua ratio; portare i rifiuti a spasso per smaltirli inquina. Inoltre, secondo principio, il piano deve essere sostenibile dal punto di vista ambientale: e difatti è oggetto di una VAS (Verifica Ambientale Strategica) la cui prima fase ha avuto avvio nell’agosto 2010. Sulla questione della sostenibilità ambientale ci torneremo. Il terzo principio riguarda gli strumenti che il piano si propone per raggiungere i propri fini. In primo luogo, la riduzione dei rifiuti; in secondo luogo il raggiungimento del 65% di raccolta differenziata nel 2015; in terzo luogo la costruzione di impianti.
E qui il piano prevede alcune novità; si rinuncia al previsto inceneritore di Calice (Prato) mentre si confermano gli impianti previsti nel precedente piano, nuovi o allargati; Case Passerini, Selvapiana, Testi.
Già qui è possibile fare alcune osservazioni: secondo la relazione del 2011 dell’Arpat sullo stato dell’ambiente in Toscana (pag. 193). La produzione di rifiuti urbani totali in Toscana, nell’anno 2009, è stata pari a 2.474.489 tonnellate, con una diminuzione del 2,67% rispetto all’anno 2008: viene pertanto confermata la positiva tendenza di diminuzione della produzione dei rifiuti registrata nell’anno precedente. Sennonché è l’Arpat stessa a sostenere che ciò è avvenuto in ragione dell’avvento della crisi economica e del correlato calo dei consumi. Dunque è facile rilevare che la riduzione nella produzione dei rifiuti è il prodotto contigente della contrazione dell’economia, più che il risultato di una vera politica avviata in modo strutturale. E difatti l’unica misura citata nel piano in tal senso è l’installazione di fontanelli di acqua pubblica, che però ha obbedito più a logiche di propaganda politica che di vero interesse per l’ambiente. Un esempio: il famoso fontanello di Piazza della Signoria a Firenze, oggetto di lanci di stampa e persino di una staffetta dell’acqua organizzata alla presenza di Pietro Mennea e che è naufragata tra le polemiche e di cui abbiamo già dato notizia sulle pagine della nostra newsletter n. 3. Questo per dire le logiche con cui è costruito questo piano. Quanto alla quota di raccolta differenziata prevista per il 2015, si tratta di una soglia modesta, chiaro indizio che i nostri amministratori tutto sommato non hanno voglia di impegnarsi pià di tanto. Quando decisero di fare veramente la raccolta differenziata a Salerno, in un anno raggiunsero il 70%; qui invece per salire di venti punti occorrono 4 anni. Questa è differenza nella serietà delle intenzioni. Ma veniamo alle soluzioni impiantistiche, e in particolare agli impianti che già ci sono. Come vanno gli inceneritori esistenti in Toscana?

L’impianto di Montale
Abbiamo già dato conto nella nostra newsletter n. 2 (Ultimi gracidii dal Padule) del modo in cui funziona l’impianto di Montale, che ogni tanto è oggetto di diffida da parte della Provincia di Pistoia ma poi si decide che è tutto a posto e si riparte; e senza dubbio sapete che è già stato fermato più volte a causa degli sforamenti nelle emissioni di diossine. Non vi meraviglierà dunque sapere che è stato finalmente compiuto uno studio ambientale e sanitario sul periodo 2008-2010. E’ invece sorprendente sapere che tale studio è stato il primo; non ce n’è uno precedente. L’ha presentato Claudio Coppi dell’Arpat Pistoia in un convegno tenutosi il 2-3 dicembre 2011. Ebbene, in questo caso non si poteva negare l’esistenza di diossine, furani e PCB, anche perché l’impianto era stato fermato a causa delle emissioni nocive. Tuttavia, concludeva Coppi, sussistevano “elementi di alterazioni dovute ad altre… più importanti sorgenti emissive”. Che cosa voleva dire? Voleva dire che “la condizione ambientale riscontrata non appare quindi correlabile in via esclusiva con la possibile deposizione ed emissioni provenienti dall’impianto di incenerimento di Montale, il quale determina sicuramente un impatto ambientale nel territorio ad esso circostante , ma sullo stesso territorio, e in più ampia scala territoriale, insistono altri fattori di pressione”. Tradotto dal burocratese: diossine e furani ci sono, ma siccome sono più lontani dall’inceneritore di quanto ci aspettassimo, può darsi che questi inquinanti siano stati emessi da altre fonti di inquinamento più diffuse sul territorio. Quali sarebbero queste fonti? Qui Coppi tira un po’ a indovinare: l’autostrada ?
Il traffico veicolare? Ognuno può dare la risposta che gli pare, ma resta il fato che l’impianto di Montale somma le sue emissioni (che l’Arpat non nega; e come potrebbe?) ad altre fonti di inquinamento di cui non si sapeva assolutamente nulla. In altri termini, scoprire che l’Arpat non ha detto che tutte le diossine e furani scoperte a Montale siano dovute all’inceneritore non ci sembra che sia un gran sollievo per il cittadino. Il bello è che al convegno di cui si ò detto a nessuno è venuto in mente che, poiché non si può intervenire su fonti di inquinamento sconosciute, almeno si poteva intanto chiudere l’impianto di Montale, che invece era una fonte riconosciuta se non altro per evitare la somma. Tanto più che l’unica centralina per il rilevamento della qualità dell’aria posta a Montale, secondo il Rapporto Arpat 2010 per la qualità dell’aria in Toscana, non è a norma, perché… il rendimento minimo è sotto i limiti di legge. Il cittadino si sente proprio rassicurato.

L’impianto di Falascaia
Qui andiamo di bene in meglio. Probabilmente sapete che questo impianto è stato sequestrato a causa di un software con il quale il gestore (la Veolia) “aggiustava” i dati emissivi dell’impianto.
Poiché però, anche se ciò può sembrare incredibile, nei dati Arpat non si parla di questo fatto, e anche perché si tratta di una vicenda che è già abbastanza nota, anche noi ne prescinderemo.
Ci limiteremo dunque allo studio di Pellegrini, presentato al convegno di cui si è detto, e che si concentra sui valori trovati esaminando le acque del torrente Baccatoio, che scorre in prossimità dell’impianto e che risulta oltre i limiti fissati dalla Legge 152/2006 sia per i metalli pesanti che per i microinquinanti organici. Pellegrini ci rivela che sin dal 2007 non si sono più effettuati campionamenti su animali per verificare il grado di presenza degli inquinanti; tuttavia i dati disponibili dimostrano che “da valori inferiori ai limiti di sensibilità si è passati valori sensibili”.
Che cosa vuol dire? Pellegrini non azzarda ipotesi, e tuttavia la Giunta Regionale ha deliberato (delibera 792/2009) un’indagine epidemiologica sulla popolazione che vive nell’area (due anni dopo, è iniziata appena la raccolta dei dati). Tuttavia è facile intuire l’aumento dei valori. Poiché metalli pesanti, come il mercurio, e diossine non sono smaltite dall’organismo, che li accumula, è ovvio intuire che gli inquinanti sono penetrati nelle falde acquifere e di lì nella catena alimentare. Di bene in meglio, appunto.

L’impianto di Scarlino
Questo è il caso più comico di tutti, perché le ripetute ispezioni dell’Arpat avvenute nel 2011 certificavano che l’impianto era… in perfetta regola. Oggi è chiuso per una sentenza del TAR a cui hanno fatto ricorso il Comune di Follonica e alcune associazioni ambientaliste. Il rapporto Arpat scriveva (pagina 10): l’impianto “sembra dover ancora raggiungere una completa affidabilità”. A quanto pare, secondo il TAR, non l’aveva affatto raggiunta. Ma allora perché era in funzione?

Potremmo continuare a lungo con l’impianto di Ospedaletto ma non è il caso di tediare più a lungo il lettore, anche perché alcune conclusioni possono già essere raggiunte grazie ai dati già enunciati.

A. A che cosa servono VAS e VIS ? Magari i cittadini sono convinti che le procedure di valutazione ambientale o sanitaria li garantiscano e tutelino la loro salute. Ahimè, nulla sarebbe più auspicabile, ma la dura realtà e un’altra; che delle fonti di inquinamento che ci sono sul territorio nessuno ha una sia pur vaga idea, come ammette lo studio Coppi. Se un impianto assommi le proprie emissioni all’autostrada, agli impianti industriali eventualmente presenti, a un aereoporto, chi può dirlo? E chi sa come l’effetto combinato di tutti questi elementi agisca sulla salute? Tanto più che tutte queste fonti sono o saranno già tutte contemporaneamente presenti nella Piana, se i piani dei nostri sagaci
amministratori provinciali e regionali andranno avanti… A che cosa servono allora Vas e VIS se non ad adempiere un dovere burocratico e a far credere ai cittadini che la loro salute è in qualche modo salvaguardata?

B. Se per ammissione stessa dell’Arpat, ossia dell’organismo che poi le VAS e le VIS è chiamata a realizzarle, studi epidemiologici seri non sono mi stati fatti, e dove sono stati fatti non è mai stato preso in considerazione il fatto dell’accumulo degli inquinanti nella catena alimentare (e questo è il motivo per cui poi l’Arpat casca dalle nuvole), vuol dire che gli amministratori scelgono non in base a dati precisi e accertati. Al contrario, scelgono alla cieca, come poi si è rivelato nel caso Montale.

Dunque la scelta impiantistica non è una scelta tecnico-razionale, ma è una scelta politica; si sceglie cioè di chiudere il ciclo dei rifiuti in un certo modo anziché in un certo altro perché si ritengono prioritari certi valori anziché certi altri. Ma tra i valori prioritari, come par di capire dai dati che abbiamo appena enunciato, non c’è la scelta di privilegiare la salute delle popolazioni. Prioritario sarà lo sviluppo, la sostenibilità finanziaria, ma non certo la salute. Poiché però né lo sviluppo né la sostenibilità finanziaria sono beni costituzionalmente protetti, a differenza della salute, questa valutazione di priorità ci sembra quanto meno discutibile. Ciò che potrebbe sembrare una scelta
tecnica, si rivela piuttosto una questione di democrazia.

Un’ultima notazione: a quanto ci consta, il solo impianto di Scarlino, nel periodo a cavallo tra dicembre 2010 e il 28 marzo 2011 ha prodotto:
932,570 tonnellate di ceneri
117,580 tonnellate di fanghi da acque reflue
1599,360 tonnellate di fanghi da depurazione fumi
81,970 tonnellate di scorie.

Tutti rifiuti inquinantissimi per la quantità di materiali pericolosissimi concentrati. Niente male per un piano che prevedeva la riduzione a monte dei rifiuti, no ?

 

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